data di pubblicazione: 10-12-2018

categoria: NEWS & EVENTI


«In Italia ho trovato una nuova vita al buio»



Nell'immagine di copertina la foto di Qadeer Asghar in tuffo durante un'azione difensiva.

 

Sarwar Ghulam, 33enne di origine pakistana, affetto da retinite pigmentosa, racconta la sua vita, dalla scoperta della malattia ad oggi: «Sono pronto ad accogliere il buio come un’opportunità»

 

Dal Pakistan all’Italia per cercare un futuro migliore, ma trovare il buio. Sarwar Ghulam, 33enne di origine pakistana, racconta così il suo passato, con un italiano incerto e mille consapevolezze, costruite nel tempo, imparando a fidarsi degli altri, ma soprattutto di quel se stesso che sta venendo alla luce, ed affrontando la malattia che tra qualche anno lo condannerà al buio totale. «Ero in Italia da pochi mesi, quando ho cominciato ad avere problemi di vista. Faticavo a copiare dalla lavagna, ma non accettavo di essere condannato al buio». Poi la diagnosi: «Sono affetto da retinite pigmentosa, una malattia genetica, caratterizzata dalla progressiva degenerazione retinica, che, all’età di 45 anni mi condurrà alla cecità completa. Attualmente ho ancora un piccolo residuo visivo, ma so già con certezza che il mio futuro sarà a luci spente». Oggi lo ripete con sicurezza, dopo che per anni ne ha sofferto. Da solo, in un angolo, a chiedersi perché proprio a lui. «A 16 anni, appena arrivato in Italia, pensavo alla mia vita e speravo in un futuro migliore, fatto di sacrificio, sì, ma anche di sorpresa e felicità. Non avrei mai immaginato di trovarmi tra le mani una vita da ricostruire in una nuova dimensione».

 

“Retinite pigmentosa”. Due parole che, in passato, suonavano come una condanna, da scontare in solitudine. «Avevo poche persone sulle quali poter contare. I miei genitori mi sono stati vicino, ma provenendo da una cultura e da un paese diverso, faticavano a capire come muoversi nei meandri della disabilità. A scuola, invece, avevo deciso di non dire nulla. Al momento della scelta delle scuole superiori, seguendo il suggerimento dei professori, mi sono iscritto alla scuola professionale per elettricisti. Il primo anno è filato tutto liscio. Dal secondo, invece, sono cominciati i problemi. Una mattina stavo costruendo un impianto e, alla prova del nove, è saltato tutto in aria. A tastoni, ho cercato l’interruttore per spegnere tutto e l’insegnante, vedendomi, ha esclamato: “Ma sei cieco?”. Quelle parole hanno risvegliato in me la verità che faticavo ad accettare e che facevo di tutto per tenere lontana da me, dalla mia famiglia, dalla mia vita. Quelle parole mi hanno fatto capire che era giunto il momento di spiegare al mondo cosa mi stava succedendo. Ne ho parlato prima agli insegnanti e poi ai compagni di classe, ma la reazione è stata univoca: “Cosa vieni a fare in una scuola per elettricisti?”». Parole che sono penetrate come lame ed hanno creato un vulnus insanabile: «Da quel momento ho cominciato ad avvertire sul corpo il peso del pregiudizio. Mi sono sentito inerme, non sapevo come reagire, l’unica soluzione che restava era la fuga. La fuga da persone incapaci di guardare la disabilità con occhi privi di pietismo e compassione. Ma soprattutto la fuga dall’ignoranza, che lede e ferisce più di una sberla».

 

Abbandonata la scuola, però, mille dubbi hanno pervaso la sua mente. «Dopo aver lasciato la scuola, dovevo necessariamente affacciarmi al mondo del lavoro, ma non sapevo come fare. Non sapevo io stesso come rapportarmi alla mia condizione, né sapevo come la società avrebbe potuto considerare come una risorsa una persona con disabilità. Mi sono, quindi, rivolto all’Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti, con non poche perplessità. Non volevo mi scambiassero per lo straniero che voleva un sostegno economico, io volevo solo un aiuto per muovermi in questo mondo, per me nuovo e distante, ed ero alla ricerca di un lavoro, che mi permettesse di vivere con dignità, nonostante tutto. Dopo vari e vani tentativi, sono approdato in ospedale a Brescia, dove lavoro ancora oggi, ormai da 9 anni».

 

E, quando pensa a quegli anni, gli spunta un sorriso. «In quegli anni ho conosciuto la mia attuale compagna, anche lei non vedente, con la quale sogno una vita, tutta da vivere e condividere. Oggi non mi interessa più il giudizio che la società ha nei riguardi della nostra relazione: io e lei viviamo un rapporto normale, oltre ogni barriera, lasciandoci guidare dall’amore vero, quello che ci rende felici e ci permette di sognare insieme».

 

Corre per mano alla sua compagna verso un traguardo chiamato felicità, alla stessa velocità con cui conquista una base su un campo da baseball. «Ho conosciuto il baseball per ciechi a Milano. Quando me ne hanno parlato non ci credevo, non mi capacitavo di come un cieco potesse praticare baseball. Poi ho provato e mi si è aperto un mondo. Quando batto, corro, difendo e conquisto mi sento davvero libero ed autonomo, perché so che posso muovermi in uno spazio che è stato adeguato alle mie necessità. Mi sento protetto e sicuro, ma allo stesso tempo mi diverto e vivo, vivo davvero, lontano da una quotidianità non sempre facile. In campo non sono un giocatore cieco, ma un giocatore come tutti gli altri, che vive le emozioni che solo lo sport può dare, oltre ogni limite». Dopo diversi anni a Milano, oggi Sarwar ha fondato la “Leonessa BxC”, la nuova squadra di baseball per ciechi made in Brescia: «La Leonessa è una squadra giovane: lo staff di allenatori ed assistenti è composto da ragazzi tra i 15 e i 20 anni. È una bella realtà, disposta ad accogliere tutti coloro che vogliano correre verso un futuro migliore». Maschi e femmine, disabili e normodotati, italiani e stranieri collaborano, giocano, si divertono per conquistare e condividere l’autonomia. «In poco tempo abbiamo ottenuto buoni risultati dal punto di vista agonistico, ma questo è secondario. È importante, invece, evidenziare gli obiettivi conseguiti sul piano dell’autonomia e dell’integrazione sociale. È importante spiegare alle persone che anche un disabile deve vedere soddisfatto il diritto di sentirsi libero».

 

Sul campo le differenze si annullano, anche perché il baseball per ciechi non ha poi regole così diverse dal baseball per normodotati: «Le emozioni che proviamo sono le stesse. E le differenze sono quasi impercettibili». Poco importa, infatti, che la regolamentare pallina da baseball sia sonora, per consentire ai giocatori ciechi di localizzarla, o che sul campo siano presenti supporti sonori ed assistenti vedenti per indicare ai ciechi l’esatta posizione della base. Ciò che conta davvero è che le due squadre, composte da cinque giocatori ciechi e da un assistente di seconda base vedente, possano davvero divertirsi oltre ogni limite. Possono giocare a baseball per ciechi anche gli ipovedenti, purché indossino una benda, al fine di eliminare ogni residuo visivo. Attualmente vi è la possibilità di provare questa disciplina anche a Crema, tutti i martedì dalle 14 alle 16 presso la palestra comunale di Via Toffetti.

 

Per Sarwar abbassare la benda e correre liberamente è la miglior vittoria sul pregiudizio. Lo stesso che in passato l’aveva paralizzato. «Oggi descrivo la mia nuova vita al buio ai bambini nelle scuole e agli adulti durante le cene al buio, per far capire loro che giudicare una realtà che si ignora è un errore brutale, che può condizionare una vita per sempre. Mi piace pensare che parlare loro della mia esperienza, possa aiutare tutti, me compreso, a capire che il buio non può e non deve essere concepito come un limite. Che al buio siamo e restiamo comunque tutti uguali». Cerca di farlo capire agli italiani, Sarwar, ma pensa soprattutto al suo paese natale. «In Pakistan sono indietro di 50 anni rispetto all’Italia. Oggi la vera sfida per me è cercare di portare un po’ di cultura inclusiva anche nei piccoli paesi del Pakistan, dove i disabili, nonostante l’obbligo d’istruzione, non sono nemmeno inseriti nella scuola». Sarwar oggi parla con gli altri, dopo aver fatto pace con se stesso: «Oggi sono pronto ad accogliere il buio come un’opportunità. Oggi non ho più paura».

 

Gloria Giavaldi

 

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